I piccoli comuni italiani valgono piu di quanto pensiamo. Ma il turismo non basta


8 Lug 2026

vybra project I piccoli comuni italiani valgono piu di quanto pensiamo. Ma il turismo non basta

Al convegno Il turismo è territorio, organizzato a Roma da Confturismo-Confcommercio, è stato presentato un numero destinato a circolare a lungo: una crescita sostenibile dei flussi turistici nei centri minori delle aree interne potrebbe generare, nei prossimi cinque anni, 1,6 miliardi di euro di PIL e 14mila nuovi occupati. Ma la ricerca che sta dietro questo numero, “Il valore turistico dei centri minori“, firmata da Confturismo-Isfort, racconta soprattutto un divario, e vale la pena leggerla bene prima di trasformarla in ottimismo generico.

Il numero scomodo: 16% contro 84%

Su 2.137 comuni delle aree interne con vocazione turistica, solo 350 (il 16%) riescono oggi a esprimere efficacemente il proprio potenziale: 128 milioni di pernottamenti l’anno, 25 miliardi di euro di spesa turistica. Sono i Caorle, i Jesolo, i Lazise citati nella ricerca stessa: comuni piccoli sulla carta, ma già dentro circuiti turistici maturi.

Il restante 84% (oltre 1.780 comuni) genera 33 milioni di pernottamenti e 6 miliardi di euro: un quarto della spesa turistica generata dal 16% “che ce l’ha fatta”. Non è un gap di marketing. È un gap strutturale, e la ricerca lo dice senza ambiguità: di quell’84%, l’84% è classificato “periferico” e il 91% “ultraperiferico”, accesso difficile ai servizi essenziali, non solo scarsa promozione turistica

Il PNRR ha rifatto le piazze. Non ha risolto il problema

Qui la ricerca è tagliente, ed è importante riportarla con precisione: le risorse del PNRR e del Fondo complementare “sembrano aver prodotto impatti positivi solo nei grandi poli urbani”. Il Piano Strategico del Turismo 2023-2027, che aveva indicato accessibilità e mobilità come asset strategici, non risulta aver ancora prodotto effetti significativi. È una bocciatura netta di anni di investimento pubblico su un problema che resta identico: non mancano i borghi da vedere, manca il modo di arrivarci.


Lo conferma anche l’assessore romano Alessandro Onorato durante il convegno: “il primo gigantesco problema del nostro Paese è quello delle infrastrutture, i collegamenti sono del tutto insufficienti“, al punto che, dice, qualunque borgo italiano batterebbe un centro scandinavo, se solo ci fosse modo di arrivarci. E il Ministro Mazzi aggiunge la cornice numerica: solo il 4% del territorio italiano è oggi sfruttato dal punto di vista turistico. Non è una nicchia inespressa: è la stragrande maggioranza del Paese.

Cosa chiede davvero chi rappresenta il settore

Vale la pena notare cosa Confturismo ha effettivamente messo per iscritto, perché è un’ammissione indiretta che il modello attuale non funziona per la maggioranza dei territori. Il principio guida è quello di “equità competitiva”, stesso mercato, stesse regole, e da lì derivano richieste molto concrete: soglie di investimento più basse nei bandi Small-Scale, risposta della PA entro 72 ore, semplificazioni sui contratti stagionali, incentivi per la resilienza climatica, misure per destagionalizzare, stop alle commissioni bancarie su mance e imposta di soggiorno. Sono tutte richieste che partono da un presupposto: i bandi pensati per Caorle non funzionano per un comune ultraperiferico della Basilicata, e finora nessuno lo aveva riconosciuto in modo così esplicito.

Anche il presidente di Confturismo, Manfred Pinzger, lo dice chiaramente: il potenziale dei centri minori si traduce in risultati concreti solo se si rafforzano infrastrutture, accessibilità, innovazione e collaborazione tra istituzioni, imprese e territori, non con il turismo da solo. E il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, parla di turismo come veicolo del “Sense of Italy”, ma lo aggancia esplicitamente alla destagionalità e alla rigenerazione urbana dei centri minori, non a un aumento indifferenziato dei flussi.

Perché insistere solo sul turismo è un errore strategico

Il turismo resta lo strumento più facile da raccontare: visibile, indotto immediato, buona narrativa. Ma se il 91% dei comuni coinvolti è ultraperiferico, un flusso turistico non strutturato rischia di aumentare la pressione su infrastrutture già fragili , trasporti, servizi essenziali, senza generare sviluppo stabile per chi in quel comune ci vive tutto l’anno, non solo in alta stagione.

I casi che la ricerca cita come modello, il sistema turistico trentino della Val di Fassa, il modello interregionale del Lago di Garda, non sono nati puntando su un solo asset stagionale, ma costruendo sistemi: infrastrutture, transizione digitale, collaborazione strutturata tra amministrazioni, imprese e comunità. È esattamente il punto debole di gran parte delle aree interne del Centro-Sud, dove la capacità di fare rete resta il vero collo di bottiglia, più della mancanza di attrattiva.

Cosa serve davvero ai territori interni

Concretamente, questo significa:

  • Finanza agevolata come infrastruttura permanente, non intervento spot (Resto al Sud 2.0, Autoimpiego Centro-Nord, Smart&Start, fondi europei diretti) per costruire imprese che non dipendono dal flusso turistico stagionale.
  • Comunicazione professionale e continuativa, non solo nei mesi estivi.
  • Strumenti finanziari che trattengono valore sul territorio, non solo che lo attraggono dall’esterno: nei borghi rimessi a nuovo dal PNRR, meno del 40% del denaro che entra ci rimane dopo 30 giorni. Le piazze sono nuove; i pagamenti continuano a portare la spesa verso le città.

È il cortocircuito che proviamo ad affrontare con progetti diversi ma complementari:

È il cortocircuito che proviamo ad affrontare con progetti diversi ma complementari: BweB, 15 anni di racconto multimediale dei piccoli comuni (PiccolaGrandeItalia.tv e Borgo Racconta); Borgo Italia, hub locali gestiti da under 35 con gli strumenti Invitalia; BorgoPay, carta di pagamento con IBAN pensata per trattenere la spesa locale e restituire strumenti finanziari di base dove le banche hanno chiuso.

La sfida non è avere il dato. È non fermarsi al 16%

I numeri di Confturismo-Isfort confermano che il potenziale c’è, ed è enorme: il 96% del territorio italiano resta ancora da sfruttare dal punto di vista turistico. Ma il vero messaggio dei dati non è “più turismo”: è che finché l’84% dei comuni interessati resta ultraperiferico per il 91%, nessuna campagna promozionale, nessun bando Small-Scale con soglie più basse potrà da solo colmare un divario prima di tutto infrastrutturale ed economico. Serve un ecosistema (reti, imprese, finanza, infrastrutture digitali) di cui il turismo sia una componente, non l’unica leva.

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